Sul concetto di uso. prassi, istituzioni, comune

Sul concetto di uso. prassi, istituzioni, comune - di

PROGRAMMA

25 febbraio, ore 18

Che cosa significa usare? – Giorgio Agamben

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14 marzo, ore 18

Usare la vita – Paolo Virno

4 aprile, ore 18

L’uso e il diritto – Paolo Napoli

9 maggio, ore 18

Valore d’uso – Sandro Mezzadra

30 maggio, ore 18

Il significato è l’uso – Marco Mazzeo e Roberto Galaverni

10 ottobre, ore 18

Uso, valore, razzializzazione – Denise Ferreira Da Silva

7 novembre, ore 18

Uso contro consumo – Federica Giardini e Anna Simone

Il concetto di «uso» è, insieme, ovvio ed enigmatico. Lo trattiamo per lo più come una nozione primitiva, che spiega molte cose ma non si lascia a sua volta spiegare. Ci sono forse buoni motivi, politici oltre che filosofici, che consigliano di sottrarre l’uso al ruolo di presupposto o di assioma, indagandolo invece come un problema complesso e stratificato, niente affatto ovvio ma neanche destinato a restare enigmatico. Che cosa significa fare uso di un edificio, di un tavolo, di una conoscenza, di una parola, di una capacità, di un lasso di tempo o della propria vita? Per rispondere a queste domande, bisogna ricorrere alla filosofia del linguaggio, all’esperienza artistica, alla critica dell’economia politica, alla teoria delle istituzioni, all’antropologia. Molte linee di ricerca devono convergere sulla paroletta  «uso».
Consideriamo anzitutto come e perché la questione dell’uso è emersa in alto rilievo nelle forme di vita contemporanee, diventando un tassello di ciò che Foucault ha chiamato «ontologia dell’attualità».
Da alcuni decenni si è prestata una crescente attenzione alle risorse che sono usate, ma non consumate: conoscenze, informazioni, invenzioni, enunciati ecc. Queste risorse, centrali nell’attuale processo produttivo, violano il principio di scarsità e il «gioco a somma zero» su cui si regge l’economia politica. E stridono con l’idea stessa di proprietà privata, che sovrappone surrettiziamente l’ambito del consumo a quello dell’uso (trattando le risorse usabili come se fossero beni consumabili una sola volta da un solo soggetto).
E’ questo, in tutta evidenza, il motivo concreto, storico, per cui l’uso è diventato un tema centrale. Centrale per la critica del capitalismo contemporaneo, per la comprensione della crisi economica globale, per mettere a fuoco la possibilità di istituzioni politiche non più statali o del comune. Ma questo motivo storico sollecita un’indagine radicale, a tutto campo, sulla nozione che, proprio ora, viene in primo piano. Per chiarire che cos’è l’uso, la LUM vuole sviluppare un’indagine che abbracci ambiti molto diversi, con un seminario fatto di sette incontri che si svolgeranno, presso Esc, a partire da febbraio e fino a novembre del 2014.
Vediamo alcune emergenze di ‘uso’.
a)     Usata, e non consumata, è in primo luogo la lingua. Sennonché, stando a una celebre (e spesso banalizzata) opinione di Wittgenstein, è lo stesso significato di parole ed enunciati a essere determinato dall’uso. Se è vero, o almeno verosimile, che l’uso determina il significato, occorre però chiedersi qual è il significato di ‘uso’. E’ intuitivo, inoltre, che ‘uso’ è il termine che collega il parlare a una forma di vita e, più in generale, alla prassi: sicché, capire il ruolo semantico dell’uso vuol dire capire, a un tempo, la connessione tra parlare e agire.
b)    Il valore d’uso in Marx. Contrariamente a quel che si crede per lo più, il valore d’uso, lungi dall’essere una piatta nozione naturalistica, ha una funzione di grande rilievo nella critica dell’economia politica e nella spiegazione delle crisi. E’ ben vero, tuttavia, che in Marx il termine ‘valore d’uso’ è equivoco perché è riferito anche agli oggetti che, invece, sono semplicemente consumabili. A rigore, l’unico valore d’uso è la forza-lavoro, o anche, più in generale, ciò che ha le qualità della vita e della potenza.
c)     Qualsiasi istituzione è una cristallizzazione di usi. In quanto cristallizzazione, l’istituzione è a sua volta usata e, talvolta, organizza e regola usi diversi da quelli di cui è una cristallizzazione. Vi è quindi analogia e commensurabilità tra un processo produttivo basato sull’uso (di conoscenze, procedure, attitudini ecc.) e il modo di essere delle istituzioni. Oggi, nell’epoca del general intellect e dei «beni comuni», la produzione ha una tonalità istituzionale e le istituzioni un carattere produttivo. Il concetto di uso rapprende in sé molti aspetti di ciò che chiamiamo sfera pubblica non statale. L’istituzione, attraverso l’uso, può essere così sottratta al pensiero limitativo della legge e rivalutata come “modello positivo d’azione”, fonte creativa del sociale. L’istituzione è un processo aperto e sempre rinnovabile, una continuità-discontinua. E’ lo spazio-tempo di una cesura e di una ricombinazione, l’intreccio di consuetudine (uso socialmente condiviso) e innovazione.
d)    Modello prestigioso di uso (o di fruizione) comune e illimitatamente ripetibile sono le opere d’arte: musica, teatro, pittura ecc. C’è da credere che una parte consistente dell’arte contemporanea illustri ed esibisca (autoriflessivamente) la propria stessa usabilità-fruibilità.
e)     Non ci limitiamo a vivere, ma facciamo uso della nostra vita. Usiamo il nostro tempo, i nostri piaceri, i nostri talenti. L’uso nasce dal distacco che l’animale linguistico ha nei confronti di se stesso e del proprio vivere. L’uso, divaricato dal consumo, riguarda la vita stessa: nella precisa misura in cui la vita si prospetta come un compito problematico (o addirittura uno strumento), cessando di essere fine a se stessa. L’uso si manifesta anzitutto nella cura di sé, nelle «tecnologie del sé» (Foucault). La nozione di ‘cura’ è forse un bandolo per venire a capo di quella di ‘uso’.
f)     L’importanza dell’uso in ambito giuridico: usucapione, usufrutto, diritto consuetudinario, usi civici, convenzioni, ecc. L’uso mette in crisi la tradizionale gerarchia delle fonti del diritto e mostra con grande nitore il rapporto tra regole e prassi. Esso è sempre regolato, ma non può essere spiegato dalle sue regole. C’è di più: l’uso consente, anzi impone, di distinguere tra regola e norma. La regola è inseparabile dall’uso effettivo, incorporata in esso, cessa di esistere là dove vengono meno le corrispondenti azioni d’uso; la norma, invece, trascende gli usi, sussiste indipendentemente da essi. Le istituzioni della moltitudine hanno molto a che vedere, forse, con la divaricazione tra regola e norma. Ciò che rileva non è l’universale astratto della legge ma il caso concreto, il precedente. L’uso degli usi. In altre parole, la sua riproducibilità (regola singolare, singolarità della regola).
g)     Fondamentale è anche una indagine sui limiti dell’uso: cadere in disuso, desueto, abuso ecc.
Tutti gli incontri si terranno a Esc, Atelier Autogestito – via dei Volsci 159, Roma

USO (def) fronte (1)   USO (def) retro (1)