Per la definizione politica dei servizi pubblici. Una premessa teorica -di Antonio Negri

Per la definizione politica dei servizi pubblici. Una premessa teorica -di Antonio Negri - di Antonio Negri

Da “servizio” a “relazione”
Se si percorre la letteratura sociologia sulla “relazione di servizio” (meglio, l’insieme delle analisi delle attività di servizio che mettono l’accento più sull’aspetto relazionale che sulla produzione di quella merce particolare che ne discende) ci si trova davanti ad un certo numero di problemi che concernono la natura stessa della conoscenza sociologica e il concetto di azione/attore sociale. Sono personalmente convinto che le analisi che, del concetto di “servizio”, son passate all’utilizzazione del concetto di “relazione di servizio”, sono innovatrici e arricchiscono la nostra conoscenza dell’azione sociale. In forma di introduzione alle riflessioni che proporrò su questi temi, vorrei prima di tutto presentare qualche osservazione sulla fenomenologia della “relazione di servizio”, ispirata dalla letteratura sociologica su questo argomento, osservazione o osservazioni che testimoniano tutte (come si vedrà) di uno stesso tipo di preoccupazione.
Prima osservazione
Un soggetto che agisce dentro una “relazione di servizio” (e tanto più se questa è posta “a contatto del pubblico”), sia legata ad una funzione o volontaria, sia nel pubblico o nel privato, sia nei servizi propriamente detti o nell’industria, -in ogni caso, producendo il servizio, produce una soggettivazione fuor di norma, o meglio, una serie di comportamenti che innovano rispetto alla norma (e/o alla gerarchia delle norme) alle quali il soggetto è sottomesso. Dunque, per valere nella relazione di servizio, l’azione dell’attore deve essere soggettivamente connotata ed è solo a questa condizione che essa sarà innovatrice. In questo senso l’azione che consideriamo (“relazione di servizio”) sfugge alle categorie di classificazione tradizionali del lavoro di servizio che pongono l’accento sulla “adeguazione strumentale”. Quand’essa sia valorizzante, essa dimostra una spontaneità creatrice che si oppone alla norma tradizionale. Di conseguenza, essa deve soffrire (perché la sua stessa definizione glielo impone) il trauma che risulta dall’opposizione tra logiche strumentali e logiche di comunicazione. Sarà dunque possibile concettualizzare una figura di lavoratore della (o nella) relazione di servizio, in quanto figura di crisi? In quanto concetto (certo ambiguo, ma soprattutto aperto) di operatore sociale? Sarà possibile trasferire la “relazione” dal concetto di servizio a quello del suo attore? Infine, è possibile, nella misura in cui la dimensione “servizio” investe, nel postfordismo, quella di produzione in generale, cominciare a pensare che la crisi che tocca il lavoratore dei servizi possa divenire propria dell’attore della produzione generale?
Seconda osservazione
A queste condizioni, la costruzione sociologia dell’oggetto “lavoratore dei servizi” diventa grandemente problematica. Una parte della sociologia occidentale contemporanea –ed in particolare quei numerosi gruppi di ricercatori che navigano con spirito eclettico fra interazione, etnometodologia e convenzionalismo – opta, a fronte della crisi di definizione tradizionale dell’oggetto sociologico, per una ricostruzione dell’oggetto in termini normativi (o performativi: elaborazione socio-politica dell’oggetto). In questo modo si tenta di far convergere la ricerca di senso e l’elaborazione della regola, presupponendo un’omologia tendenziale delle due. Dunque: dall’osservazione naturalistica alla messa in forma, dalla messa in scena all’attribuzione di senso. Questo procedimento “di giustificazione” (vedi quel che ne fanno Boltanski e Thevenot) non è affatto convincente. Esso lascia da lato troppi elementi fenomenologici (critici) del concetto di lavoratore dei servizi e sembra, per così dire, far marciare la ricerca piuttosto sulla testa che sui piedi. Bisognerà domandarsi non solo in che cosa questo “partito preso” teorico non riesca a fornir risposta ai problemi proposti qui e in cosa eventualmente esso ne mistifichi la natura; ma anche e soprattutto bisogna domandarsi se la problematica della relazione di servizio non conduca – più che alla chiusura normativa dell’analisi – alla scoperta di nuove direzioni di ricerca.
Terza osservazione
Se si seguisse quest’ultima pista, vale a dire quella che apre a nuove direzioni di ricerca, bisogna domandarsi (soprattutto quando si comincia a seguire la letteratura su questi problemi) se i processi di soggettivazione nella “relazione di servizio”, invece di essere alla ricerca della norma, non si strutturino piuttosto in maniera tacita o invisibile. Potrebbe dunque esistere un’opposizione fra concatenamenti e competenze, ed una dinamica contradditoria fra correlazioni (individuali o collettive) di enunciazione e funzioni normative. Dentro queste alternative, qualche volta estreme, risiede tuttavia (come hanno misurato Bateson e Goffman) una potenza strutturante tanto più forte quanto è innovatrice. Vorrei, nelle pagine che seguono, tirare da queste osservazioni un certo numero di conseguenze, allargando l’osservazione, mettendo in relazione le esperienze tra loro e traendone se possibile la matrice di qualche nuova ipotesi euristica.
Crisi dell’oggetto “servizio” e nuova produttività
Parto da una constatazione fenomenologica, quella della “soggettivazione fuori norma” del lavoro nella relazione di servizio. Ho l’impressione che si possano constatare vaste convergenze degli approcci disciplinari su questo punto. Voglio dire che la microsociologia (con un certo compiacimento), l’analisi economica, ed in particolare quella che fa capo alla “scuola della regolazione” (con una certa sufficienza), la scienza politica (con una certa preoccupazione), insomma tutti s’accordano sul fatto che il lavoro nella relazione di servizio presenta una soggettivazione fuori norma. Ma che cosa significa “soggettivazione fuori norma”? e quali conseguenze se ne possono tirare? “Soggettivazione fuori norma” significa che la relazione di servizio è una relazione in senso proprio, vale a dire una relazione i cui soggetti non sono annullati o superati dialetticamente nella relazione ma, al contrario, riconosciuti e riprodotti dal fatto di essere in relazione. Significa inoltre che la forma della relazione non si riduce e non può essere ridotta a dei dispositivi o a delle regole precostituite o ripetitive. La soggettivazione fuori norma si dà dunque come differenza e la relazione di servizio come oggetto in crisi: perché oggetto inclassificabile a priori, irrappresentabile da qualsiasi modello, irriducibile a qualsiasi fissità. Ci troviamo dunque a far fronte alla crisi di un concetto fondamentale della ricerca socio-economica: il servizio. La definizione sperimentale di “servizio” in quanto “relazione di servizio” non si accontenta di riqualificare l’oggetto dell’analisi, essa lo trasforma.
Riproponiamo dunque la quesitone: che cosa significa “crisi dell’oggetto”?
a. significa in primo luogo che l’analisi che definisce l’oggetto, deve evitare percorsi tradizionali. La relazione di servizio (nella più elementare delle sue figure fenomenologiche) non può essere racchiusa nella relazione funzionale della sociologia comprensiva; e nemmeno potrà essere bloccata nella relazione di equilibrio dell’economia keynesiana; infine essa non potrà essere strutturata nei percorsi tradizionali dei processi di legittimazione. In ciascuno di questi approcci, la lettura dell’azione dell’attore sociale era infatti sottomessa a una funzione epistemologica che presupponeva un modello (formale, o piuttosto trascendentale). L’azione trovava così la sua conclusione, in maniera funzionale o dialettica, nel quadro della norma e la sua stessa definizione empirica ne era condizionata. In primo luogo dunque, crisi dell’oggetto significa cesura epistemologica nell’approccio analitico alla “relazione di servizio”. (Si possono qui ricordare due importanti esempi: il frame of reference costruito da Goffman e il concetto foucaultiano di dispositif. Ritorneremo più tardi sul primo concetto. Analizziamo ora il secondo. Bisogna segnalare qui, a proposito del concetto di “dispositif” in Foucault, che esso presuppone una censura epistemologica diretta a eliminare dalla definizione di oggetto sociologico il riferimento a qualsiasi sostanza. In questo modo la definizione di “servizio” in quanto “relazione” –escludendo dalla propria definizione ogni riferimento alla sostanza- diviene prototipo dell’approccio sociologico all’oggetto. Inoltre, il “dispositif” foucaultiano, esattamente come l’”agancement” di Deleuze-Guattari, non tradurrà solamente ogni oggetto in relazione, ma anche ogni relazione in un processo di costituzione intersoggettiva, meglio, in un incontro/conflitto di molteplici strategie che costituiscono delle serie di soggettivazioni interattive complesse, attraverso sistemi simbolici, comunicativi e normativi. Naturalmente non è solamente attraverso il gioco di simboli, linguaggi e dell’interazione, che il soggetto viene costituendosi. Ma d’altra parte non è certo il rinvio ad una “realtà” esterna (ai rapporti di produzione, al contesto, alla situazione) che possa aiutarci a risolvere i problemi, poiché anche la realtà è, in questo quadro, prodotta. Per Foucault dunque la grammatica, i discorsi, le conversazioni, i linguaggi, i giochi e i ruoli sono delle pratiche di potere (ovvero dei desideri) e non già degli universali comunicativi dei rapporti umani. E queste pratiche rinviano a dei dispositivi di potere che non sono semplicemente locali, in situazione, singolari: essi sono ontologicamente costitutivi).
b. In secondo luogo, e non è certo un gioco di parole, crisi dell’oggetto significa che l’analisi ci presenta l’oggetto in quanto crisi. Questo vuol dire che il servizio, e l’azione del suo autore, sono compresi non solo come relazione ma come relazione aperta. Per la microsociologia quello che è problematico è il senso dell’azione; per l’analisi economica, problematica è la misura del valore; per la scienza politica dell’amministrazione, quel che è in questione è l’adeguazione del processo di legittimazione. Senso dell’azione, misura del valore, adeguatezza del comando non sono degli oggetti irraggiungibili, piuttosto sono delle variabili della soggettività nella relazione di servizio: il soggetto della relazione di servizio è posto cioè in una situazione aperta, su un orizzonte che s’apre alle alternative.
c. Infine, ed è la cosa più importante, in conseguenza di quel che abbiamo detto, i nuovi approcci alla crisi dell’oggetto ci offrono nuovi elementi di enunciazione (di autodescrizione e di azione) per quel che riguarda il soggetto del servizio. Voglio dire che nella crisi della definizione, il soggetto è segnato da nuove categorie. L’approccio microsociologico (etnometodologico) nel momento stesso nel quale insiste sulla variabilità delle funzioni di senso (e con ciò dissolve l’attore nell’attività di rappresentazione: Garfinkel), ce ne restituisce una figura animata dall’immaginazione produttiva, da una estensione strutturante, costitutiva di funzioni e di relazioni sociali complesse. (Ci sia qui permesso di riferirci alla teoria del “frame” elaborata da E. Goffman. Egli sostiene che il senso della struttura sociale emerge dalla capacità degli attori ad elaborare, osservare o violare i “quadri” sociali stabiliti: il senso è dunque strutturato costitutivamente da un agire sociale che così trasforma il fatto sociologico). L’approccio della fenomenologia economica è altrettanto sconvolto dalla uova condizione epistemologica: in effetti nell’organizzazione del lavoro postfordista non c’è possibilità di stabilire dei criteri di valutazione dell’attività economica, se non si riconosce nella singolarità dell’evento produttivo la fonte della produttività, e nell’immaterialità delle relazioni, ovvero delle reti di servizio, il tessuto connettivo del processo sociale di produzione. Il centro di imputazione dell’attività produttiva, e di conseguenza della valorizzazione economica, è costituito dall’ “anima al lavoro”, nella partecipazione e nella cooperazione degli attori della produzione, più che dall’impresa. Da questo punto di vista si potrà forse cominciare a considerare la “relazione di servizio” come cellula costitutiva della produttività sociale (particolarmente nella produzione immateriale).  La scienza politica e la scienza dell’amministrazione sono infine costrette a ricorrere sempre di più alle categorie dell’interattività, della trasversalità e di “spazio pubblico” per ricostruire le dinamiche della legittimità. Sarà forse significativo (ed anche paradossalmente) notare che motivazioni di tipo “contrattualistico” riappaiono a questo punto. Si è fatto così ricorso a dei modelli molto antichi di costruzione e di interpretazione del “legame sociale”, nelle quali il ruolo della soggettività diviene elemento principale nella costituzione della struttura sociale. Queste ipotesi non hanno evidentemente alcun valore probatorio: la loro attuale ripresa segnala tuttavia l’intensità delle variazioni alle quali il problema è sottoposto. Ma dobbiamo ancora qui fermarci un po’ per illustrare la maniera nella quale taluni concetti sociologici (nel nostro esempio “servizi” e “relazione di servizio”) si modificano in funzione delle trasformazioni storiche che illustrano differenti aspetti di questi concetti. Si riconosce oggi che è stato soprattutto Simmel che ha fissato come carattere centrale, nell’analisi dei rapporti capitalistici di socializzazione, la rottura tra sistema e “mondo vissuto”, o più precisamente la resistenza dell’anima a quei rapporti capitalistici di socializzazione che colonizzano lo spirito, -anima, che non può né essere reificata né catturata dalla razionalizzazione strumentale ma che al contrario si struttura, en retrait, come serbatoio di soggettività, come libertà e creatività. La vita e le forme, gli esseri e le cose, son quindi dissociati: le parole e le cose, come aggiungeva ironicamente Michael Foucault. Questa separazione è stata stabilita da Simmel in forma tragica. Lukacs e Benjamin riprenderanno tra gli anni Venti e Quaranta questa dimensione tragica, facendone in sociologia e in filosofia uno stilema insuperato dal pensiero critico. Nello sviluppo del pensiero sociologico contemporaneo, questo elemento tragico è stato tuttavia neutralizzato o per lo meno fortemente relativizzato. Esso interviene certo sia come elemento di rottura in rapporto a ogni concezione funzionalista o sistemista; sia come opposizione a ogni concezione dialetticamente trionfalistica (ispirata dal marxismo o dall’idealismo pragmatico americano): comunque il suo ruolo si limita a questo. Al di là di questa operazione negativa, il dualismo e l’interazione comunicativa – In Habermas e soprattutto prima di Habermas – sono ormai, come determinazione positiva, al cuore della costituzione del contesto sociologico e chiave di lettura di ogni fenomeno di innovazione produttiva. Tra Simmel e Habermas dunque molte cose –essenzialmente: la forma e la dimensione dell’integrazione del mondo vissuto nella produzione – e questa trasformazione modifica la forma nella quale si effettua la dissociazione di vita e sistema. Nel XIX secolo lo sviluppo capitalistico era passato, come Marx aveva previsto, dall’integrazione formale alla “sussunzione reale” della società. Questo vuol dire che il capitale non dominava più la società dall’alto ma l’organizzava dall’interno. Esterna, all’epoca di Simmel, l’integrazione del mondo vissuto si è fatta interna alla produzione; di conseguenza la relazione del mondo vissuto e delle funzioni sociali di senso, di valore, di legittimazione deve ormai realizzarsi all’interno di un insieme unificato: società e produzione.
La crisi dell’oggetto sociologico (servizio) rinvia dunque a un modello nel quale la nuova rappresentazione dell’oggetto (la relazione di servizio) si rivela come figura della nuova produttività sociale –nella misura in cui la produttività si intende ormai in termini di interattività, di scambio tra cultura e produzione ed è quindi definita in termini di evento e di singolarità. In ciò consiste il contributo della teoria dell’agire comunicativo di Habermas: ci ha reso il sociale come totalità, ma come totalità di relazioni, di interattività ha preso in conto insomma la cesura epistemologica sulla scala della totalità sociale.
Difficoltà sociologiche
Nel modello di Habermas, l’interazione comunicativa non è chiusa: al contrario, in questo modello, funzione strumentale e dimensione etica non trovano un punto di equilibrio e dunque si oppongono. Gli autori convenzionalisti, ai quali abbiamo fatto allusione quando abbiamo proposto il secondo tema della nostra ricerca, hanno tentato una soluzione forzosa di questa impasse, utilizzando degli strumenti normativi. Essi accettano la dissoluzione del vecchio oggetto sociologico (nel caso di specie il concetto di “servizio”); essi riprendono dunque in considerazione la relazione come base ma per introdurla in un processo, meglio, in un insieme dinamico, nel quale il senso dell’azione e la determinazione della regola sono omologabili; di tal maniera che a partire dalla relazione aperta, assunta come ipotesi, si possa ricostruire una forma socio-politica determinata.
La novità, in rapporto all’istituzionalismo tradizionale, alla Gurvitch per esemplificare, risiede nel fatto che qui la sintesi non ha matrice giuridica ma politica; che essa non è determinista ma relativista; che essa non è evolutiva ma “debole-molle”; che essa non è socialdemocratica ma liberale. Per quanto riguarda queste tendenze normative i riferimenti fondamentali sono Rawls e Rorty. In tutti questi caso, la sintesi del senso e della regola è caratterizzata da una metodologia di “va e vieni”, attraverso l’ibridazione dell’analisi dei comportamenti attuali e delle attese future: tutto ciò giocato su un registro di media intensità. Più specificatamente, la sintesi risulta dall’uso di un “a priori” relativista, “molle”, dall’utilizzazione di modelli normativi applicati  alla stessa descrizione delle situazioni e del contesto fenomenologico. Il presupposto è che non c’è descrizione senza possibilità di valutazione, ovvero di subordinazione a un ordine. Il fine è quello della “giustificazione”, vale a dire del rifermento trascendentale alla valutazione. Il disordine, l’insubordinazione, la rottura, il margine: anch’essi devono essere contenuti formalmente dall’epistemologia sociologica, e controllati. (Emblematica, in questo senso, anche se accentuata all’estremo, è la posizione di Rawls in Political Liberism, attraverso la teoria dell’”overlapping consensus” che mette brutalmente termine alle aperture contrattuali e egualitarie di “una teoria della giustizia”). L’eleganza con la quale i convenzionalisti (quelli francesi soprattutto, ma non solo) presentano i loro “modelli di città” e fanno loro giocare il ruolo di criteri normativi (meglio, di setacci valutativi) all’interno delle più diverse situazioni, non toglie asprezza al compito teorico che essi svolgono. I valori che essi filtrano nelle categorie di valutazione all’approccio sociologico, sono valori stabili, egemonici, vale a dire maggioritari ed ideologicamente conformi alle assise del sistema sociale dominante. Il convenzionalismo si appoggia dunque su un’etica politicamente moderata che può perfettamente convenire alle esigenze burocratiche.
Ciò detto, è comunque importante liberare quel che c’è di positivo anche dentro queste posizioni del convenzionalismo. Questo positivo non risiede centro nelle conclusioni di queste teorie ma piuttosto in certe premesse del loro metodo. Risiede nella convinzione che l’analisi sociologica debba prendere in conto l’indissociabile inerenza, nel sociale, dell’ideologico e del politico. È come se le condizioni trascendentali dell’interazione comunicativa fossero piegate al reale e assunte come sperimentali. Comunque, questa dimensione dell’analisi convenzionalista non è particolarmente originale. Se essa nasce dentro la polemica contro la linea Durkheim-Bourdieu, essa esprime in effetti continuità con numerose intuizioni della scuola di Mauss. Tuttavia il convenzionalismo trova la sua importanza nel fatto che esso è capace di rivelare degli aspetti complessi dell’esperienza sociale contemporanea, si propone cioè al livello dell’attuale sviluppo capitalistico, dell’organizzazione del lavoro e della strutturazione dei mercati. Considerando il convenzionalismo da un punto di vista reale (dal punto di vista dell’attualità) esso rappresenta, per così dire, il riconoscimento teorico dell’irreversibilità del Welfare State, o meglio, di quell’imbroglio di amministrazione, politica e economia che il Welfare State aveva imposto come contesto del ragionamento sociologico.
Alla maniera stessa nella quale avevamo messo in evidenza la capacità delle microsociologie di identificare gli elementi creativi dell’azione sociale (quell’essere fuori norma), dobbiamo dire a proposito del convenzionalismo che, nel suo modo di procedere, da qualche parte, esso è in fase (anche se nello stesso tempo le mistifica) con le dimensioni immateriali, cooperative e sempre singolari, della relazione di servizio e, più generalmente, delle relazioni di lavoro e di produzione, quali l’esperienza ce la presenta oggi. Voglio dire che al di la dello sforzo di codificazione normativa (debole)  che esso sviluppa, il convenzionalismo coglie tuttavia il nuovo oggetto della ricerca sociale, -ed identifica la produttività nelle relazioni cooperative, descrive la società in quanto insieme composto ed indissociabile di produzione e di riproduzione, pone l’interattività come tessuto nel quale produttivo e politico (ideologici, ideali, conviviali) si pongono in maniera ibrida. Il convenzionalismo esprime una normatività che è adeguata alla nuova realtà produttiva e, nel medesimo tempo, mistificatrice. Si può forse concludere che, in questo suo dibattersi tra vari livelli di dispositivo normativo, il convenzionalismo anticipa quella coscienza della produzione che il produttore ancora non è riuscito a rendere reale. (Per esempio, sarebbe interessante rintracciare, attraverso i modelli trascendentali a priori dell’approccio convenzionalista, le dimensioni dei processi di “impresa politica” che possono essere letti in numerosi casi sia di strutture produttive immateriali che di relazioni di servizio).
Una volta riconosciuti gli aspetti positivi della lettura convenzionalista dell’interattività, si è tuttavia obbligati a concludere che la costruzione del nuovo oggetto dell’analisi sociologica è tanto più difficile quanto più ci si tiene a questi criteri. L’esempio definitivo di questa difficoltà cu è offerto  dalle applicazioni del convenzionalismo all’analisi economica. Qui infatti la valorizzazione macrosociologica dell’azione indipendente dei consumatori, o il riconoscimento dei margini di autonomia del lavoro immateriale e/o intellettuale, diventano degli ostacoli molto difficili da superare. Mentre la relazione produttiva (di servizio o immateriale) si diffonde nello spazio sociale e diviene egemone sul tempo sociale di produzione e riproduzione (vale a dire che produzione, formazione, riproduzione, circolazione appaiono come funzioni egualmente valorizzanti), la scienza economica cerca di porre su questa costruzione cooperativa di funzioni produttive la regola di impresa: impone cioè, alla complessità del sociale, dei sistemi di valutazione ricalcati sul modello di impresa.
Se il convenzionalismo assume la socializzazione crescente del lavoro e –cosa più importante- l’immaterializzazione che si rappresenta nella figura produttiva del servizio, esso pertanto svolge e dirige questa corretta apprensione della nuova figura del lavoro e della sua figura relazionale, verso criteri di valutazione funzionale (elaborati secondo criteri d ordine e ricondotti alla logica di impresa come determinante nello stabilire la misura del valore). Il convenzionalismo comprende la natura politica dei processi di valorizzazione, ma si arresta davanti alla necessità di fissare questa figura politica in termini di singolarità e di evento. In ogni caso, uno schema trascendentale deve esser imposto all’analisi!
È d’altra parte quello che Habermas voleva. Il problema, in questa luce, resta completamente insolubile. Lo schema trascendentale può senz’altro definire astrattamente le nuove condizioni epistemologiche alle quali si confrontano le diverse discipline delle scienze umane: esso è tuttavia del tutto incapace di confrontarsi in concreto con la nuova fenomenologica delle relazioni di lavoro e di servizio.
L’esperienza di Foucault
Nella Teoria dell’agire comunicativo, dopo aver percorso la storia dei sistemi sociologici, Habermas riconosce che il segno geniale della teoria marxiana consiste nel fatto che essa permette di temere assieme mondo vissuto e sistema. Come si sa, è il concetto di forza lavoro che permette a Marx questa operazione: la forza lavoro è in effetti (da una parte) una merca, è nello stesso tempo, d’altra parte, un soggetto partecipe del mondo vissuto. Questo rapporto è tuttavia un rapporto contradditorio. Nel processo di sviluppo capitalistico la contraddizione è sempre presente: da un lato essa nutre uno sviluppo che non potrebbe darsi senza la presenza della soggettività operaia, d’altra parte essa è controllata e dominata attraverso la permanenza e trasformazione della soggettività in merce. L’azione del mondo vissuto è, nello sviluppo capitalistico, posta in funzione della riproduzione del sistema, e la contraddizione che essa genera è funzionalmente dominata.
Facciamo ora l’ipotesi che una pausa, un’interruzione si producano nella sussunzione del mondo vissuto da parte del sistema, -pausa che può esser dovuta all’apparizione di due nuove condizioni: innanzitutto il fatto che (come ci assicurano le microsociologie) la soggettività si produce, nella relazione produttiva ovvero in quella di servizio, fuori norma; poi, il fatto che i processi di costituzione della soggettività, attraverso l’attività immateriale e la trasversalità/cooperazione delle soggettività collettive (come lo mostrano le sociologie interattive), sottomettono i meccanismi sistemici di controllo a forte tensione ed alla permanente possibilità di rottura. In questa ipotesi di interruzione del controllo del mondo vissuto da parte del sistema, noi ci troveremo dunque davanti ad una produzione di valori e di relazioni sociali che emergono in maniera autonoma dal sistema, fino al punto che il rapporto tra mondo vissuto e sistema non si presenta più solamente in maniera contradditoria ma piuttosto alternativa: il mondo vissuto non sarà più controllato ma antagonista.
È in questa prospettiva che si giustifica il paradosso segnalato al terzo punto della nostra riflessione quando abbiamo notato che più le relazioni di servizio si sviluppano (e l’organizzazione sociale del lavoro si configura in termini di servizio), più lo scarto fra competenza e referenza, fra funzione e senso diviene forte, e più la contraddizione che si gioca sullo scarto fra dispositivi (individuali e collettivi) di enunciazione (in sé strutturanti) e i dispositivi normativi esterni, sistemici, diviene dinamica. Questo antagonismo è quello che, nei dispositivi storicamente determinati dal presente, oppone la costituzione di soggettività e le relazioni di potere.
Per esplicitare questo punto di vista (escludendo per il momento una rilettura di “Marx al di là di Marx”, ovvero dei concetti di sussunzione reale, di lavoro sociale produttivo, di “general intellect”, etc.) vorrei solamente ricordare come questa nostra critica integri nel suo metodo gli aspetti più interessanti dell’approccio etnometodologico e microsociologico (quand’esso si voglia strutturante) e, dal punto di vista teorico, gli aspetti più innovatori dell’approccio comunicativo e interattivo (quand’esso mette in gioco la totalità del sociale attraverso l’interattività degli attori).
Vorrei ricordare inoltre come questo punto di vista paradossale integri i risultati della discussione post-strutturalista attorno alla irriducibilità dell’evento: l’integrazione avviene nella figura paradigmatica di ogni teoria della relazione, quale è costituita dalla relazione linguistica. Non è secondario ricordare qui (in un periodo nel quale la svolta linguistica della filosofia novecentesca è ricordata in tutte le salse salvo quando si tratti di mettere in luce la scoperta teorica fondamentale, ovvero l’irriducibilità della parola alla lingua) che altrettanto vale l’opposizione dell’evento al sistema, della creatività della relazione in rapporto e a confronto con il suo concetto.
Mi sia infine permesso di ricordare qui l’esperienza, secondo me centrale nello sviluppo di questa problematica, che insieme riassume ed articola l’approccio alla relazione di servizio in quanto relazione contradditoria: l’esperienza di Foucault.
Foucault ci propone di superare la filosofia della coscienza, l’opposizione tra soggetto e oggetto (le parole e le cose) attraverso un materialismo dell’evento. I lavori di Foucault costituiscono una posta di ricerca, ad un tempo alternativa alla sociologia americana e alla razionalità comunicativa habermassiana. Foucault analizza la relazione di servizio dal punto di vista delle relazioni di potere nelle quali è presa. Secondo la lettura che ne fa Foucault, appare in maniera evidente che le metodologie economiche, simboliche, comunicative, interattive, non ci permettono di afferrare il problema delle relazioni di potere messe in atto dai servizi: queste metodologie s’arrestano timide al bordo di un buco nero.
Di contro, secondo Foucault, nel modo di produzione capitalistico, le relazioni di potere sociale si organizzano secondo due dispositivi:
  1. la tecnica disciplinare che si esercita sui corpi, che produce degli effetti di individuazione e manipola questi corpi in quanto costituiscono delle sorgenti di forza che bisogna rendere utili e docili (la scuola, l’ospedale, la prigione ecc.);
  2. una forma di tecnologia che Foucault chiama biopolitica, che non si esercita più semplicemente sul corpo ma sulle popolazioni in quanto insieme molteplice di corpi. Si tratta di una tecnica che si interroga sugli effetti di massa propri a una popolazione specifica e tenta di controllare “la serie di eventi aleatori che possono prodursi all’interno delle masse, e istallarvi dei meccanismi di sicurezza che permettano di ottimizzare la vita. L’obbiettivo di questi dispositivi è appunto la vita: prolungarne la durata, moltiplicarne le possibilità, evitare gli accidenti, compensare i deficit ecc”.
Prendiamo una “città operaia”, esempio fatto da Foucault: essa è insieme retta da meccanismi disciplinari di controllo sui corpi (forma dell’abitare, organizzazione  dello spazio ecc) e da meccanismi regolatori che si applicano alla popolazione e che inducono dei comportamenti determinati: l’accesso al credito per l’acquisto della casa familiare e per il consumo, le assicurazioni sociali, le regole di igiene etc. Da questo punto di vita la medicina può essere insieme una tecnica disciplinare ed una tecnica di regolazione. In ogni caso, quello che noi chiamiamo servizi (e quello che Foucault definisce forse con più rigore tecniche di controllo e di regolazione) occupa e organizza tutto lo spazio sociale. Foucault aggiunge che queste due tecniche implicano ciascuna un certo ordine di successione nel suo farsi:
  1. corpi-organismo-disciplina-istituzioni;
  2. popolazione-processo biologico-meccanismi regolatori-Stato.
La polizia può trovarsi sia nella prima che nella seconda figura dello sviluppo, sua nella disciplina che nel controllo. Se la prima tecnica punta all’assoggettamento individuale (trasformazione dell’individuo in “sub-getto”), la seconda tecnica mira all’assoggettamento collettivo (trasformazione della moltitudine in “popolazione” ovvero in “popolo”).
Foucault ci mostra come storicamente i servizi costituiscano un terreno di conflitti e di lotte attorno alle forme di costituzione della soggettività: dunque come le lotte sui servizi siano state lotte contro l’assoggettamento. Foucault ci dà così la possibilità di pensare che le tecniche di potere mirano a trasformare ‘individuo in soggetto, in un duplice senso del termine: soggetto sottomesso all’altro dal controllo e dalla dipendenza; soggetto incardinato nella propria identità dalla coscienza, ovvero dalla conoscenza di sé. In ogni caso la parola “soggetto” evoca forme di potere di assoggettamento. Si potrebbe dunque avanzare l’ipotesi che i dispositivi di potere di cui i servizi (dalla scuola alle assicurazioni) sono parte costitutiva, abbiano organizzato, fino alla fine del fordismo, delle forme di assoggettamento attraverso controllo e dipendenza e che oggi essi cerchino a tastoni di organizzare l’assoggettamento attraverso “l’uso di sé” attraverso l’implicazione della soggettività, attraverso la partecipazione. Con, in quanto effetto economico, il rinvio del costo dei servizi sull’utente.
È quanto Deleuze chiama: passaggio dalle società disciplinari alle soggettività da controllo. Nelle società disciplinari i servizi assicurano l’assoggettamento attraverso la reclusione e l’individuo deve passare una successione di luoghi di reclusione (famiglia, scuola, esercito, ospedale, fabbrica…). Tutti questi luoghi si reclusione subiscono oggi una crisi generalizzata. Nelle società post-tayloristiche si tratta allora di perorare un controllo modulato in maniera continua e su uno spazio aperto, e i servizi debbono assumere questo tipo di regolamentazione: si passa, per esempio, d lavoro alla disoccupazione, poi alla formazione, e poi si ritorna la lavoro. I servizi devono produrre delle nuove forme di soggettività, delle nuove forme d’assoggettamento adatte alla nuova forme della produzione e della riproduzione dei rapporti sociali: il controllo è a corto termine e a rotazione rapida, ma anche continuo e illimitato, mentre la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua.. l’uomo non è più l’uomo recluso ma è l’uomo indebitato”. Le provocazioni teorico-storiche di Foucault (corroborate da Deleuze) ci permettono di formulare qualche constatazione essenziale:
  1. I servizi sono dei dispositivi di potere.
  2. I servizi sono delle tecnologie e delle istituzioni che garantiscono ina trasformazione specifica: per utilizzare il linguaggio della sociologia dell’azione, la trasformazione del mondo vissuto in sistema, in norme, in istituzioni, in assoggettamento.
  3. Le relazioni di servizio sono dei luoghi di scontro tra forme di assoggettamento e strategie di produzione di soggettività antagonistica.
Conclusioni
In conclusione: da ciò che abbiamo fin qui detto, sembra dunque che da ogni ricerca sui servizi e dalle relazioni di servizio, sia possibile far sorgere una sociologia:
  1. capace di mettere in evidenza il tessuto dell’interattività nella sua piena espansione sociale, comprendendovi dunque tanto il servizio sociale quanto la relazione sociale di lavoro;
  2. capace di prendere in conto la relazione non solo in quanto crisi, o, meglio, in quanto rottura tra soggettività e norme, ma anche come determinazione autonoma del soggetto, come potenzialità di creazione;
  3. una sociologia aperta all’evento, capace di descrivere nuovi dispositivi, o, meglio, forme e grandezze della nuova costituzione della soggettività che si forma nelle mutazioni in corso.
Tratto da Posse, Fareinchiestametropolitana, 2001. Edizioni Castelvecchi, Roma