Note su Ontogenesi e filogenesi di Gould

Note su Ontogenesi e filogenesi di Gould - di

Di Marco Mazzeo.
Mi concentrerò solo su una parte di Ontogenesi e filogenesi di Gould. Nel decimo capitolo del testo si afferma il carattere essenzialmente neotenico (cioè immaturo, che trattiene anche in età adulti tratti somatici e comportamentali dei cuccioli) dell’umanità. Procederò per schizzi veloci, squadernando un carnet di punti teorici che offro alla discussione e all’approfondimento. Frecce scagliate col tentativo di far sentire a ciascuna singolarità dell’uditorio che Gould, in qualche modo, anche per chi detesta la biologia e ammazzerebbe il gatto del vicino, lo riguarda.

Quattro frecce sulla neotenia

1) Per come Gould intende la nozione di neotenia, decisiva è la coppia teorica «meno specializzato/più specializzato» (cfr. cap. 9). La neotenia è la modalità di sviluppo specifica dei sapiens perché consiste in “una fuga dalla specializzazione”. Questa mossa teorica fa di Gould un esponente decisivo dell’antropologia filosofica del novecento. Grazie a Ontogenesi e filogenesi in particolare, l’antropologia filosofica ritrova fondamento scientifico il che l’aiuta a sganciarsi del tutto da residui politici orrendi (il razzismo di Bolk, il nazismo di Gehlen).
2) In cosa consiste questa immaturità di tipo neotenico? Si tratta di una scarsità di specializzazione morfologica, pulsionale e linguistica. Morfologica: squilibrio dimensionale tra grandezza cerebrale e dimensioni corporee (enorme cervello rispetto alle dimensioni del corpo, eccesso di potenzialità organiche), organizzazione sensoriale che consente interrelazioni sistemiche tra i sensi (dominio del senso comune sui sensi particolari; della sinestesia sui sensi presi singolarmente; trasformazione del senso olfattivo a base metabolica in un senso aromatico che fonde in sé odori, sapori, esperienze linguistiche). Pulsionale: più che la nozione di istinto (meccanismo a base genetico-ereditaria a dominio specifico) ai sapiens si adatta la nozione di pulsione, una spinta all’azione priva di focalità e coordinazione. Esempio: quello sessuale da istinto (ciclo dell’estro dei mammiferi che trova il proprio climax in periodi cronologici precisi ed esclusivi) si trasforma in una pulsione legata alla sfera sessuale in grado di espandersi a ogni aspetto della vita. Linguistica: la genericità neotenica impedisce al giovane sapiens di cadere in quel che il biologo T. Deacon (La specie simbolica, 1997) chiama “pozzi di apprendimento”. L’immaturità organica dell’infante umano scoraggia associazioni facili e immediate (tra il segno banana e quell’oggetto giallo; tra il suono cane e quell’animale peloso) che impediscono la formazione di un sistema di segni il cui valore sia negativo-differenziale (Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza) fondamentale sia per apprendere una lingua che per costruire istituzioni.
3) Il problema non è dunque quello di comprendere la relazione tra Istinti e istituzioni (Deleuze, 2002), ma tra pulsioni e istituzioni. Per una teoria delle istituzioni la neotenia, di per sé, non è né buona nè cattiva. La neotenia è piuttosto la base organica dell’ambivalenza, un’apertura biologica ambivalente al regno delle istituzioni. E’ apertura al gioco, all’empatia e alla nuova conoscenza (neofilia: Montagu, Growing Young, 1981) ma anche instabilità di comportamento, aggressività illimitata, ricerca di strutture di stabilizzazione che diano ripetitività all’esperienza (neofobia, odio per il nuovo). Non è la garanzia biologica di istituzioni libertarie, né l’equivalente chomskyano della creatività da cui dedurre automaticamente istituzioni post-statali. Dalla neotenia non si deduce nulla. E’ tanto luogo di nascita neofilico della sovversione che dell’adesione neofobica all’autoritarismo politico.
4) Nel mondo contemporaneo, cioè nel tardo capitalismo, la neotenia è direttamente messa a lavoro. Da sfondo biologico di riferimento (tutti gli Homo sapiens in ogni momento storico sono neotenici) è divenuta figura produttiva, protagonista diretta dei rapporti di produzione. Almeno tre esempi, credo, sono particolarmente interessanti. Primo: la formazione permanente. L’animale neotenico è animale aperto costantemente all’apprendimento. Questa apertura è divenuta, letteralmente, merce e sfruttamento. La capacità di apprendere che nei sapiens non si limita ai primi anni dell’infanzia diviene forma del rapporto di lavoro, clausola decisiva del contratto economico. L’apertura all’apprendimento da potenzialità diventa dovere. Secondo: divaricazione tra tempo operativo dedicato alla sopravvivenza e tempo di vita. Poiché trattiene caratteristiche giovanili (l’instabilità pulsionale tipica dei mammiferi giovani, l’apertura al gioco tipica dei primi anni o mesi di vita dei mammiferi), l’animale neotenico è passibile di processi dilatati di invecchiamento e di attività non finalizzate direttamente alla sopravvivenza. E’ animale potenzialmente longevo, è animale sempre aperto al gioco. Il tempo indefinito dell’attività di produzione oggi diviene distruzione dell’istituzione del pensionamento poiché viviamo troppo; l’intreccio del momento di gioco con lo sfruttamento salariato (dall’esplosione dei giochi d’azzardo alla creatività brain-storming del pubblicitario, dall’intrattenimento evasivo della società della società dello spettacolo alla conversione del mercato dei videogiochi verso un pubblico adulto) costituiscono forme nelle quali la neotenia non solo è piegata al capitale, ma ne diventa figura emblematica. Diventa suggello e prototipo dell’uomo flessibile. Terzo: periodo prolungato di dipendenza infantile dai datori di cure. In quanto animali neotenici, i sapiens si contraddistinguono non solo per la conservazione cronica di tratti infantili ma anche per un’infanzia acuta allungata. Un cane a quattro anni è adulto, un bimbo umano alla stessa età entra nella scuola d’infanzia. La precarietà del lavoro flessibile e i contratti a 400 euro, “i bamboccioni” di Padoa Schioppa e il conservatorismo politico de Il complesso di Telemaco (Recalcati, 2013) sono forme diverse in cui si fomenta la dipendenza genitoriale della specie che è messa a sistema e sfruttata. Significa sottrarre risorse accumulati negli anni della rivoluzione italiana, paralizzare generazioni intere lasciandole dipendenti dai datori di cura. La precarietà del lavoro è lo sfruttamento sistemico di un biologico della specie: “tanto ci pensa mamma”.

Obiezioni: nel corso della discussione, ho potuto registrare due serie di obiezioni cui è opportuno rispondere per evitare fraintendimenti.
Obiezione al punto 2: “Ma la neotenia non è solo dei sapiens!”. Risposta: Giustissimo, la neotenia è, Gould lo dice con chiarezza ammirevole, un processo evolutivo che riguarda una grande quantità di specie. L’aspetto interessante è che le riguarda, però, in modo diverso e relativo. I vertebrati sono più neotenici degli invertebrati, tra i vertebrati i mammiferi sono i più neotenici, i primati sono i più neotenici tra i mammiferi, i sapiens sono tra i più neotenici dei primati. Si badi: ciò non vuol dire che ci sia stata una scala filogenetica che in modo lineare abbia spinto l’evoluzione fino a noi, si tratta solo di una ricostruzione post hoc (dunque arbitraria e limitata) che isola il dato che qui ci interessa, la nostra storia naturale. E’ possibile, forse probabile, che siano esistite forme di vita più neoteniche della nostra. Secondo un feroce critico di Ontogenesi e filogenesi (McNamara, The Shape of Time. The Evolution of Growth and Development, 1997, p. 295), ad esempio, quel popolo misterioso chiamato Homo di Neanderthal potrebbe essersi estinto proprio perché troppo neotenico per sopravvivere alle trasformazioni ambientali e alla compresenza con gli aggressivi sapiens.
Obiezione al punto 4. Variante 1: “Il discorso appare ideologico perché sembra individuare nel capitalismo la fine della storia”. Variante 2: “Il discorso appare ideologico perché fa di un fenomeno biologico una questione politica”.
Risposta a entrambe le varianti. Che io sappia esistono due accezioni principali dell’aggettivo «ideologico». Una è dispregiativa: chiusura di un pensiero che applica sempre e comunque lo stesso schema. Una è militante e ne è l’opposto simmetrico: evitare la chiusura di un pensiero che, definendosi neutro, accoglie lo stato di cose come unico e necessario. Fare un discorso ideologico sulla neotenia nel primo senso dell’espressione equivarrebbe a dire a vario titolo: “la neotenia trova realizzazione solo nel capitalismo”, “la neotenia spinge per sua necessità al capitalismo”, “il concetto di neotenia poteva venire in mente solo a un piccolo borghese capitalista come Gould”, “neotenia dunque rivoluzione, abbiamo vinto”. Nulla di ciò mi passa lontanamente per la testa. Ho insistito (tesi due) che per una teoria delle istituzioni la neotenia è una forma biologica d’apertura ambivalente. «Forma biologica d’apertura»: per un animale che trattiene tratti infantili ma nasce particolarmente immaturo (Portmann calcola che la gravidanza di una scimmia della nostra taglia dovrebbe durare non 9 ma 23 mesi) ci getta in un mondo pubblico fatto di linguaggio, cure, relazioni e istituzioni senza le quali non potremmo letteralmente salvare la pelle. «Ambivalente»: queste parole, cure, relazioni e istituzioni possono essere tanto quelle della Comune di Parigi che quelle di Adolf Hitler.
Il mio intervento è invece “ideologico” nel senso secondo dell’espressione. Lo rivendico. Quel che dico vorrebbe solo provare a individuare un cambiamento nei processi produttivi. Da sfondo la neotenia diventa figura. Ciò non significa che doveva andare per forza di cose in questo modo, che la neotenia non potrà di nuovo tornare a essere sfondo o che non sia possibile trasformare il mondo nel quale ci troviamo facendo di questa inversione di posizione qualcosa di liberatorio. Al contrario: solo constatando la potenza del sistema capitalistico è possibile pensare armi teoriche in grado di abbatterlo. Dire che “in fondo ogni sistema è uguale agli altri” o che si tratta solo di catalogare “differenze tra istituzioni” significa essersi arresi al mondo di oggi senza neanche averlo detto, né forse pensato. Il capitalismo, specie quello contemporaneo, non è un sistema come gli altri. In primo luogo perché è il mondo in cui oggi viviamo. In secondo luogo perché è il sistema produttivo più potente dal punto di vista tecnico mai apparso sul pianeta Terra (gli indiani d’America sono stati messi al muro non perché fossero buoni o cattivi, ma perché erano a corto di tecnica, ad esempio di armi). Facciamo allora un esempio concreto che illustri questa torsione della neotenia da figura a sfondo. Prendiamo un fenomeno come il lavoro minorile. I bambini al lavoro non sono una novità del tardo capitalismo. Li troviamo nelle campagne agricole preindustriali così come nelle fabbriche d’Ottocento. Prima: i bambini lavorano nonostante siano bambini (sono deboli somaticamente ma li impiego lo stesso). Torsione tardocapitalistica: i bambini lavorano proprio perché sono bambini. Questa affermazione trova due varianti di conferma. La prima: i confezionatori di palloni da calcio non si accontentano di manodopera infantile (come faceva cinquant’anni fa mio zio agricoltore diretto dell’agro Pontino) ma la prediligono e cercano. Mani infantili, di piccole dimensioni, non sono un ostacolo alla produzione ma ne sono il viatico poiché in grado di cucire parti minuscole di oggetti in serie. Seconda variante: mentre in precedenza il bambino è usato soprattutto come un adulto mancato (ho poche braccia in agricoltura, uso quelle che trovo, uh guarda ci sono quelle dei miei sette figli), ora il processo tende a rovesciarsi. E’ l’adulto ad esser considerato un infante troppo cresciuto. Invece di chiedere al bimbo una crescita precoce, si chiede all’adulto una infantilizzazione di massa. L’interiorità misterica aperta dalla sindrome di Peter Pan (il fanciullino dentro me che non vuole crescere) non è il sintomo di una interiorità indicibile-religiosa (quella yogi o vaticana, a scelta) ma il frutto di molti fattori linguistico-culturali tra i quali non esiterei a includere, e in prima fila, il capitalismo.
Ultimo punto: tutto questo ha a che fare con l’ideologia (nel senso numero 1, quello dispregiativo) ma in modo diverso da quanto obiettato. Come emergeva dal dibattito, una caratteristica del capitalismo è di spacciarsi per seconda natura, per natura definitiva e ineludibile della vita umana. La promozione in primo piano di ciò che era sullo sfondo (la neotenia, ma si pensi pure più in generale alla facoltà umana del linguaggio) rende ancora più persuasivo il gioco delle tre carte: permette ancor più l’inganno secondo il quale il capitalismo realizzerebbe a pieno la nostra natura. Questo contenuto ideologico non è il mio, cioè di chi parla, ma di quel di cui parlo e discuto, cioè del capitalismo. Sarebbe disdicevole confondere i due piani.

Marco Mazzeo
ESC 10 maggio 2013