Il sofista nero. Muhammad Ali oratore e pugile

Il sofista nero. Muhammad Ali oratore e pugile - di

Giovedì 8 giugno ore 18

presso Esc (via dei Volsci 159)

Presentazione di:

Il sofista nero. Muhammad Ali oratore e pugile (ed. DeriveApprodi)

di Marco Mazzeo

Ne discutono con l’autore:

Paolo Arioti, Claudio D’Aguanno e Paolo Virno

Introduce e modera:

Francesco Raparelli

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Un breve estratto dal volume:

 

Io venivo dalla classe operaia.
Nessun buon pugile viene dalla classe media.
(Henry Cooper, avversario di Clay nel 1963)1

Hannah Arendt (1958, pp. 241-242) afferma che nel secondo Novecento l’innovazione nella sfera pubblica (i greci la chiamavano praxis) trova espressione solo nella ricerca scientifica. Propongo di aggiungere un’altra dimensione: il mondo atletico con i suoi record, i suoi gesti nuovi, la capacità di produrre storie inedite. Non a caso quando Stephen J. Gould (1996), forse il più grande evoluzionista del Novecento, è chiamato a fornire un’analisi statistica delle modalità di trasformazione dei comportamenti culturali umani si impegna in una spiegazione straordinariamente efficace dell’andamento dei record di battuta nel baseball americano. Nel mondo sportivo, Muhammed Ali costituisce una figura eccezionale: è pugile e oratore, protagonista di performance tanto atletiche quanto verbali. L’analisi di alcuni testi di Ali (composizioni poetiche in rima, di biasimo, provocazione e sfida) darà la possibilità di scoprire a metà del XX secolo una modalità retorica, «mettere l’altro alla prova», contemporaneamente post-moderna (legata alla società dello spettacolo), antica (seppur inconsapevolmente, Ali attinge a piene mani dalla tradizione sofista) e preantica (la boxe è l’erede diretto del pankration, la lotta totale che nel VI secolo a.c. diventa specialità olimpica). I testi retorici di Muhammed Ali aprono la porta a una dimensione argomentativa oggi nascosta, importante per comprendere le radici più profonde della retorica. Il greco antico lega questo campo semantico al verbo peirao («tentare, provare»): una dimensione a metà strada tra prassi e linguaggio, tra il duello verbale e la performance atletico-agonistica (Mazzeo, 2013a). Già così stiamo anticipando che quella di Muhammad Ali non è una figura semplice. I denigratori lo definiscono un businessman perché il pugile di Louisville avrebbe speso l’intera esistenza a recitare un ruolo dissacrante al solo fine di guadagnare denaro. Nel contempo non mancano ritratti apologetici della sua figura (prima fra tutti l’autobiografia: Ali, Durham, 1975). La mia ipotesi è che questa ambivalenza non sia dovuta all’opacità della ricostruzione storica ma costituisca la cifra di un personaggio che, proprio per questo motivo, rappresenta un caso paradigmatico per il mondo contemporaneo. Per due aspetti: uno legato alla retorica e alla parola, l’altro connesso all’esperienza di chi sfida.

Non c’è dubbio che Ali incarni una delle prime figure di quel che Guy Debord (1967-1992) chiama «società dello spettacolo», l’esito del capitalismo più avanzato. Mi limito a qualche esempio di superficie. Negli anni Settanta rinasce l’interesse per i film ambientati nel mondo della boxe per due ragioni: l’assetto produttivo della «New Hollywood» e l’emergenza di un fenomeno chiamato «Muhammed Ali» (Grindon, 2011, p. 61). Il pugile non esita a registrare album con poesie e monologhi (I’m the Greatest!, 1963), a recitare in documentari (Black Rodeo, 1972) o in film di vario genere (Requiem for a Heavyweight, 1962; The Greatest, 1972; Freedom Road, 1978); negli anni nei quali non gli è consentito fare boxe partecipa a un musical (Big Time Buck White, 1969: Rummel, Blakely, 2005, p. 55); il pugile fonda una catena di supermercati (Minà, 1975a, p. 196), dà il proprio nome a una tavoletta di cioccolata, un diario scolastico (Minà, 1978a, p. 299) e a un cartone animato che guarderà insieme ai figli più piccoli (Arcobelli, 2016, p. 137). Per tre decenni Clay/Ali figura nel Guinness dei primati come persona alla quale è dedicato il maggior numero di biografie (Erza, 2009, p. 1). D’altra parte, ai suoi contemporanei Muhammad appare una figura difficilmente leggibile perché spiazzante e, insieme, familiare.

Propongo di chiamare «anacronismo innovativo» il cortocircuito tra forme del tempo futuro e l’affioramento di mondi sepolti. Proprio questa è la cifra più interessante della performance retorica ed etico-politica di Ali. Da un lato il pugile anticipa e corrobora i tempi della società dello spettacolo, da un altro costringe il mondo in cui vive a confrontarsi con tracce residuali di tempi lontani. Nella Grecia antica, afferma Barbara Cassin (1995, p. 85), la performance retorica fa del sofista un «one man show»; Clay/Ali è un one man show che somiglia, a volte suo malgrado, al sofista. Se il cinema di Hollywood farà del duello western l’apogeo della retorica nazionalista della frontiera, Clay/Ali metterà sotto i riflettori della scena gli aspetti violenti e spietati di una forma di combattimento che l’Occidente conosce sin dai tempi della Grecia arcaica. I pesi massimi sono i «dinosauri» (Ali, Durham, 1975, p. 271) della boxe poiché ricordano il sangue di lotte senza quartiere; il sofista dà nuova vita a un «dinosauro» della retorica come l’elogio perché fa risplendere il corpo conflittuale e interessato di ogni argomentazione (Cassin, 1995, p. 89). Per una coincidenza lessicale non del tutto fortuita, le invettive oltraggiose di Ali sono spesso definite nella letteratura di lingua inglese «antics»2: termine che significa «pagliacciata, burla» ma che trae origine dall’italiano «antico» e dal latino antiquum(Partridge, 1966, p. 109). L’ambiguità del termine ben rende l’ambivalenza di un pugile dal doppio volto, grottesco imbonitore della società dello spettacolo e traccia archeologica di un mondo scomparso.


1
  McCormack, 2009.
2  Cfr, ad. es. Remnick, 1998, p. 97 (ed. ingl.); Rummel, Blakely, 2005, p. 28, 35; Ezra, 2009, p. 81, 86, 190; Gutteridge, 1998, p. 403.