Il diritto naturale dell’appropriazione

Il diritto naturale dell’appropriazione - di

Il diritto naturale dell’appropriazione. Ugo Grozio alle origini del pubblico e del privato. di Pietro Sebastianelli.

Recensione di Augusto Illuminati

La crisi della sovranità, più volte messa a tema nei nostri seminari Lum, ci induce a ricostruirne la genealogia e il bel libro di Sebastianelli è un’ottima occasione per questo, in particolare per sondare la connessione originaria fra appropriazione e logiche sovrane e governamentali.

Grozio fu un giurista di transizione, in senso forte, dal repubblicanesimo al giusnaturalismo, dal paradigma del mare al nomos della terra.

Parte da una torsione dell’apparato concettuale, “in divergente accordo” con la tarda Scolastica, ancora immerso nell’afflato umanistico di un repubblicanesimo aristocratico (sulla scia di Bruni, Salutati, Guicciardini più che di Machiavelli), esalta la vita activa come forma dell’appetitus societatis, peraltro con un forte accento, sin dall’inizio, sull’oikeiosis (“appropriazione”) stoica più che sull’aristotelico bios politikós, cioè sul nesso etimologico con l’oikos, l’economia privata, non sulla polis, la dimensione pubblica. Propone, generalizzando l’esperienza olandese, una repubblica degli ottimati, dove i particolarismi delle 7 Provincie sono compensati e sottomessi a un Senato federale (De republica emendanda). L’attività marittima –in particolare un celebre processo sul depredamento pirata di un vascello portoghese– gli offre un esempio grafico di accumulazione moderna (De iure predae), supportato apologeticamente dal richiamo storico alla libertà batava (De antiquitate). Assume a modello, più che Venezia o la Confederazione elvetica, la repubblica degli Ebrei, di cui offre un’interpretazione che precorre in parte quella spinoziana del TTP, evidenziando l’assorbimento delle funzioni regali in Dio (ciò che elimina la possibilità di un monarca), solo che vi vede un paradigma di aristocrazia teocratica invece che di democrazia teocratica. Non disdegna l’analogia fra ebrei e olandesi nel segno della liberazione (rispettivamente dai faraoni e dagli spagnoli).

La frattura nel suo pensiero e la manifestazione locale della crisi del progetto rinascimentale cadono in concomitanza con le prime avvisaglie (1619-1622) di quella crisi economica che esploderà con la bolla dei tulipani nel 1637 e con il trauma del colpo di stato orangista-gomarista del 1618, che sconfigge i mercanti repubblicani e gli arminiani e costringe alla prigione e poi alla fuga lo stesso Grozio. A quel punto egli prende atto del fallimento e svolta, nella seconda parte della sua vita e del suo pensiero (De iure belli ac pacis), verso un giusnaturalismo assolutistico, nel senso più di Locke che di Hobbes, cioè salvaguardando la sfera economica privata e l’autoregolazione del mercato con la rinuncia al protagonismo politico borghese. Il II cap. del De iure belli ac pacis legittima l’accumulazione originaria e la dissoluzione per occupatio della communio primaeva, sostituendo l’individualismo possessivo a quello che Grossi chiama reicentrismo medievale –materialmente agli usi civici e al pluralismo delle fonti legali. Un’autentica mutazione antropologica, per cui la società nasce dalle relazioni di scambio e necessità di un potere sovraordinato (monarchico assoluto, non più repubblicano come nel De jure predae) che ne garantisca lo sviluppo.

Un testo di  transizione, proprio nel periodo intorno al 1618, è il De imperio: a partire dallo ius circa sacra, si abbandona la pretesa borghese all’autoregolazione politica, ma in continuità con l’individualismo possessivo, solo affidando la pace sociale e la concordia religiosa all’intervento trascendente del sovrano Stato (difesa arminiana contro il gomarismo, neutralizzazione del teologico). Vi si espone, fra l’altro, un primo modello di teologia politica, abbastanza completo e tale da farne il vero capostipite della sua formulazione moderna, ben più di Leibniz come nella divulgazione schmittiana. Si pongono limiti alla legislazione positiva. Legittimazione secolare dello Stato. Interessanti differenze tendenziali fra governo (regimen) e sovrana potestas, la salute dello Stato è intesa quale sicurezza e protezione della vita, è il (nuovo, laico) compito pastorale del potere, un  katechon contro il disordine. Il comune (repubblicano) è ora trascendentalizzato e alienato nel pubblico.

Nel 1625 appare il De iure belli ac pacis, significativamente dedicato nell’esilio francese a Luigi XIII. Trattato di diritto internazionale dedicato allo ius gentium (ma è un arbitrio moderno ricordarlo solo per questo), introduce il contratto sociale, segnando il passaggio definitivo da repubblicanesimo a giusnaturalismo e  assumendone  a soggetto un individuo dotato di diritti indipendentemente dalle sue relazioni nella comunità. Abbiamo così una teoria genetica dell’ordine politico, convenzione di salvaguardia reciproca fra individui malvagi per natura. La borghesia è separata, per deliberata rinuncia, dal potere politico, ma il patto si fonda sulle regole delle forme borghesi di società e del mercato, di cui corregge i difetti di autoregolazione. Trionfa adesso esplicitamente l’oikeiosis, il proprium separativo sul commune della polis,  esorcizzando l’anabattista omnia sunt communia! Ricordiamo che già nel famoso processo l’avvocato Grozio aveva avuto a che fare con i loro eredi memnoniti, che rifiutavano la guerra e il diritto di guerra. Si afferma la prevalenza e addirittura l’originarietà della lex mercatoria, con un cambio di segno del lessico giusnaturalistico rispetto al diritto naturale aristotelico-tomista, le cui pretese armoniche sono state dissipate dalla riforma protestante, che ha reso la natura il regno del peccato.  Il dictamen rectae rationis groziano è di fatto un rovesciamento compiuto, nell’apparente continuità, della lex naturalis vigente nel medioevo scolastico e cetuale. La ricomposizione (anticalvinista e antigomarista) di natura e bene viene realizzata, sul e grazie al mercato, come regola razionale e naturale delle relazioni umane e con l’imperativo del neminem laedere. L’etiam daremus (la vigenza delle leggi anche se ipotizzassimo che –Dio non esiste) è una formula di neutralizzazione delle guerre religiose, non sminuisce la potenza divina, indistinta fra volontà e ragione.

La legittimazione degli Stati territoriali (uno schema che sembra aver giocato un ruolo nella pace di  Westfalia) subentra (senza cancellarla) all’appropriazione marittima del mare liberum. La centralizzazione prevale ora sul federalismo, in termini politici, s’intende, senza invalidare la previa separazione fra politica ed economia e quindi l’indipendenza degli operatori economici. Compromesso fra borghesia e assolutismo (non patrimoniale). Associazioni intermedie legittimate per delega statuale. Non c’è una teoria del contratto sociale, ma la si deduce effettivamente (e a favore di un potere assoluto) dal principio stare pactis, di origine mercatoria, come fondamento della genesi contrattualistica dello Stato. Reversibilità (sempre con la stessa origine) del pactum subiectionis (non si può riavere indietro le merce venduta). Monopolio statale del diritto di guerra e dell’amministrazione della giustizia, illegittimità della resistenza dei singoli e dei magistrati inferiori (contro i monarcomachi ugonotti alla Mornay e, in parallelo, i gesuiti e i fanatici gomaristi). Il populus è unitario e sottomesso nel patto, la multitudo è anarchia resistente: Hobbes svilupperà il concetto L’obbedienza incondizionata rientra nello stare pactis, con qualche deroga nei due casi di usurpazione ed esercizio distruttivo del potere legittimo, sempre che la resistenza non danneggi la pace più che l’arbitrio sovrano.

Ci sarà un sequel del primo Grozio nel nuovo repubblicanesimo olandese filo-mercantile anti-monarchico negli anni 70-80 (fratelli De La Court), il cui corrispettivo politico sarà il governo dei De Witt, linciati nel 1672 dagli ultimi barbarorum (il manifesto che Spinoza fu a stento trattenuto dall’affiggere), espressione del diritto di resistenza… dei gomaristi orangisti contro i borghesi. Lo ius resistendi estensione pubblica del conatus (inteso quale istinto di conservazione) è la replica spinoziana alla condanna che di quel nesso aveva fatto il secondo Grozio. Nel filosofo anti-contrattualista e anti-trascendentale, che riprende l’ispirazione tumultuaria machiavelliana, l’indignatio è anzi il fondamento non solo del cambiamento ma forse anche della prima fondazione dello Stato.

Pietro Sebastianelli,  Il diritto naturale dell’appropriazione. Ugo Grozio alle origini del pubblico e del privato (con introduzione di A. Negri), Odoya (I libri di Emil), Bologna 2012, pp. 173, 18 €