Dal lavoro intellettuale come professione alla formazione diffusa come risorsa produttiva.

Dal lavoro intellettuale come professione alla formazione diffusa come risorsa produttiva. - di

Ovvero come dimorare tra le rovine dell’università.
Nelle due conferenze del 1918 tenute alla Libera lega studentesca, dal titolo ‘Lavoro intellettuale come professione e vocazione (Beruf)’, Weber affronta le  qualità e il carattere dell’attività scientifica e dell’azione politica. Si tratta, nella sua lettura, di due ambiti separati, accomunati dal fatto di essere ‘frazioni’ centrali del processo di progressiva ‘intellettualizzazione’  e quindi di ‘disincantamento del mondo’. 

Nella prima delle due conferenze, quella per intenderci che ha per tema la  scienza, il discorso di Weber prende avvio dalla comparazione del modello universitario americano con quello europeo e tedesco in particolare.
A distanza  di un secolo, tra mille differenze, quel confronto rimane ancora decisivo. Dagli Stati Uniti, infatti, sono stati importati alcuni dei dispositivi e delle 
variazioni più significative e rilevanti delle riforme universitarie europee degli ultimi vent’anni (crediti e debiti formativi, specialismo, riduzione dell’Università ad agglomerato di scuole professionali).

L’assimilazione weberiana dei modelli della ricerca scientifica americana a grandi ‘imprese capitalistiche dello stato’, così come l’analisi della ‘vocazione’ e del lavoro scientifico (i concetti di idea, di innovazione, di progresso), sollecitano, nel presente, delle domande semplici, quanto a nostro avviso avvincenti:

cosa accade quando tra formazione e lavoro si determina una simbiosi pressoché totale? come si trasforma l’università quando la prassi linguistica, l’azione pubblica, la sperimentazione scientifica diventano per intero risorse produttive?
cosa vuol dire ‘Università’, fuori da ogni resistenzialità nostalgica, laddove un processo, ormai maturo, di valorizzazione economica coinvolge l’attività cognitiva e la cooperazione sociale in genere?
È nostra idea, per nulla nostalgica appunto, che il carattere produttivo del sapere sia un valore e non un danno. Per carattere produttivo, va da sé, non intendiamo la funzionalizzazione della ricerca agli interessi d’impresa quanto piuttosto la potenza trasformativa e relazionale del sapere stesso. 

Preservare l’autonomia critica della conoscenza significa in primo luogo mettere in rilievo la centralità del linguaggio e del sapere nella prassi produttiva contemporanea come dato irreversibile.
Rovesciando la traccia weberiana, piuttosto di assimilazione della ricerca scientifica alla grande ‘impresa capitalistica’, dovremmo prestare attenzione a quante prerogative proprie dell’agire politico e dell’attività scientifica siano state incluse nella produzione e nel lavoro.

L’università e la ricerca hanno perso rapidamente aurea e confini. La formazione è divenuta fino in fondo pratica coestensiva alla prestazione lavorativa. L’università si è dislocata e ha assunto, mano a mano, i caratteri di una rete, la sua superficie si è fatta mobile e porosa nello stesso tempo.
Questi caratteri nuovi, così come il carattere produttivo del sapere, sono processi radicalmente ambivalenti. Ricatto del mercato e precarizzazione, saccheggio privato della cooperazione cognitiva pubblica, specialismo idiota e impoverimento dello statuto critico dei saperi, delineano il cono d’ombra del processo. La ‘perdita dell’aura’, invece, sembra per molti versi ‘rimettere sui piedi’ la conoscenza, restituirle pienezza relazionale, decomprimerla dall’aulica separatezza, riconsegnarla alla mondanità e alla contingenza della cooperazione sociale. Meglio, trasforma la cooperazione sociale e produttiva in fenomeno ‘mostruosamente’ (l’accezione della parola ‘mostruoso’ è assolutamente positiva) ricco e complesso nello stesso tempo, non più riconducibile a semplicità e a linearità strumentale.
Anche la rete, inoltre, può assumere qualità e forme del tutto differenti: dislocazione favorevole alla sinergia mobile e ?volatile? con l?impresa. Proliferazione di progetti e di ?istituzionalità? auto-gestite che guardano all’eccedenza sensuale, relazionale e non valorizzabile (da un punto di vista economico) del sapere e delle sue pratiche.
È questo secondo punto, questa esigenza di praticare ‘dal basso’ forme di autonomia che sta al cuore dell’idea della LUM (libera università metropolitana), del progetto che ci avviamo ad inaugurare lunedì 21 marzo: una prototipica primavera della conoscenza auto-gestita, a questo ci piace pensare! 

Weber come occasione per discutere di innovazione, di scienza, di produzione.
Temi attorno ai quali prenderà le mosse l’università di Esc, una ‘multiversità’ dove saperi post-disciplinari e ricerca non convenzionale provano a recuperare il piacere sensuale della prassi conoscitiva.
Lunedì 21 marzo 

Ore 17:30
Inaugurazione dell’anno 0 non-accademico 

LUM, libera università metropolitana
Sono stati invitati ad intervenire: 

Virginio Marzocchi (docente di Storia della Filosofia Politica La Sapienza), 
Fulco Lanchester (preside della Facoltà di Scienze Politiche La Sapienza), 
Roberto Antonelli (preside della facoltà di Scienze Umanistiche), Franco 
Piperno (docente di Fisica Università della Calabria), Paolo Virno (docente 
di Filosofia del Linguaggio Università della Calabria), Ida Dominjanni 
(giornalista de Il manifesto, insegna Filosofia Politica presso l’università di 
Roma 3), Andrea Capocci (ricercatore di Fisica), Giuseppe Bronzini (giurista 
del lavoro), Michele Surdi (docente di Diritto Costituzionale e Comparato La 
Sapienza), Giuseppe Allegri (ricercatore di Giurisprudenza), Maurizia Russo 
Spena (ricercatrice presso l’università di Roma 3), Marco Bascetta (editore e 
giornalista de Il manifesto)