2015 – I Confini del Diritto. Istituzioni e Antagonismi

Un sentiero di ricerca nella città di Roma 
Le istituzioni educative, culturali, artistiche sono poste oggi di fronte alla sfida di ripensare radicalmente i propri confini, fisici e disciplinari. La crisi ci ha mostrato, in questi anni, l’importanza della produzione di spazio. Contrariamente a chi lo aveva dipinto come liscio e attraversato soltanto da flussi, lo spazio globale si presenta segmentato, frammentato, continuamente riassemblato: zone economiche speciali, nuove enclave, inedite configurazioni istituzionali, linee transnazionali della produzione di sapere. Ad aver subito una profonda trasformazione non è solo lo spazio inteso nella sua fisicità, ma il significato e la funzione che storicamente gli sono stati assegnati nei processi conoscitivi così come nell’organizzazione del potere su scala globale. Lo spazio non si presenta più come una premessa, un a priori o un contenitore. Sul piano strettamente giuridico, esso non è più uno schema rappresentativo o un mero campo di vigenza della norma statale. Lo spazio acquista una funzione produttiva, meglio, è causa ed effetto di una continua attività di produzione. Anche le istituzioni, a ogni livello, sono investite da questa dinamica. Le istituzioni educative, come quelle artistiche, hanno da tempo superato i confini del campus o del museo. Nella valorizzazione del sapere, non conta solo ciò che si produce, ma anche la sua estensione nello spazio e lo spazio che si crea producendo. Ecco perciò che la produzione di spazio diventa una posta in gioco decisiva per l’attività di ricerca e per la stessa teoria critica. Detto altrimenti, lo spazio è nello stesso tempo un importante oggetto di ricerca e uno degli esiti di tale attività. Muovendo da tali considerazioni, diverse istituzioni, formali e informali, che abitano la città di Roma, hanno deciso di federarsi per tracciare un sentiero di ricerca. Federarsi per produrre, nella città, uno spazio del “tra” delle istituzioni, con l’ambizione di rimettere a verifica criticamente i confini di una disciplina, il diritto, e nello stesso tempo decostruire gli stessi confini che perimetrano tradizionalmente le istituzioni e che le spingono all’autoreferenzialità, separando la loro attività formativa e di ricerca dal tessuto urbano, dalle sue contraddizioni e dalle sue tensioni. Indagare il lato spaziale del diritto e realizzare un nuovo ambito di ricerca, intrecciando saperi in luoghi pubblici diversi, sperimentando modalità differenti di incontro, dal confronto “a due” alla tavola rotonda. Oltre all’evento pubblico, grande attenzione è data ai momenti di approfondimento e di preparazione ai vari incontri: un laboratorio sul diritto da intendere come un modo, tra gli altri, per ridisegnare la città che abitiamo.
I confini del diritto.  Istituzioni e antagonismi
La ricerca nasce con l’intento di tornare ai fondamenti di alcuni concetti e problematiche che attraversano i conflitti del tempo presente, a partire dall’uso che i movimenti sociali hanno fatto del linguaggio e degli strumenti del diritto. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’inedita combinazione tra la dimensione delle pratiche − sociali, politiche, artistiche − e la sfera giuridica. Una combinazione che ha prodotto un doppio movimento. Da un lato le pratiche hanno tentato di risignificare il campo del diritto, mostrandone il suo lato potenzialmente produttivo: si pensi alle tante esperienze di lotta per i commonse per il diritto alla città, dove l’ambizione è stata quella di immaginare ex novo istituti e istituzioni, oltre il paradigma della proprietà, e di immaginare lo spazio urbano come il luogo dove è possibile imprimere un segno democratico ai processi di urbanizzazione. Dall’altro, la scienza giuridica più avveduta, posta di fronte a tali insistenze, si è dovuta inoltrare al di là dei confini disciplinari, lasciandosi così alle spalle l’inaridente prospettiva del formalismo e della dogmatica.
Per questa ragione oggi il diritto, meglio, l’uso del diritto, costituisce un nuovo e fertile sentiero di ricerca. L’uso che del diritto si fa oggi si discosta sensibilmente da quello che se ne poteva fare qualche decennio addietro, non solo per il carattere propriamente costituente e non strumentale assunto dalle pratiche, ma anche per le profonde trasformazioni che hanno investito la dimensione giuridica. Il diritto non può più essere definito, com’è stato per circa due secoli, attraverso l’identità con una forma istituzionale determinata, lo Stato, e con una forma giuridica esclusiva, la legge. Lo Stato sembra aver perso quel duplice monopolio, della produzione di diritto e della forza legittima, che lo rendeva sovrano. La gerarchia delle fonti di produzione del diritto sembra essersi spezzata, scomposta, frammentata, verso l’alto e, insieme, verso il basso. Al suo posto troviamo una vera e propria eterarchia. Queste imponenti trasformazioni ci spingono a tornare ad alcuni concetti-chiave del lessico politico e giuridico della modernità: Stato, federalismo, democrazia, cittadinanza, costituzione, governo. Concetti-chiave che si pongono già su una zona di confine, o di indiscernibilità tra un dentro e un fuori, della scienza giuridica. Per essere colti nella loro intensità, necessitano di uno sguardo ampio, capace di muoversi tra la teoria politica e la storia, la geografia urbana e la sociologia, l’economia politica e la teoria costituzionale. L’uso del diritto, così inteso, ci permetterà di indagare le pratiche non solo nella loro dimensione orizzontale ed estensiva, ma anche sul piano verticale, provando a cogliere il nesso tra produzione di soggettività e dinamiche di articolazione del potere. Ecco perché occorre indagare i confini del diritto. Anche qui la parola confine sarà assunta in un duplice senso: confine fisico e disciplinare. Da un lato, la spazialità del diritto sarà un tema costante che attraverserà la ricerca. Si pensi al federalismo, da intendere come una specifica modalità di riorganizzazione dello spazio politico e giuridico, in grado di rimettere in discussione l’interno e l’esterno della sovranità. O alla cittadinanza, sottoposta oggi alla tensione tra la sua intrinseca vocazione universalistica e le differenze introdotte dai dispositivi di controllo delle popolazioni (la cittadinanza europea è un esempio in tal senso molto appropriato). Si pensi, ancora, ai confini fisici, che perdono progressivamente il carattere di “fissità” che li legava al territorio dello Stato-nazione, per divenire mobili, modulari, flessibili (di nuovo l’Europa come esempio paradigmatico, dove il limes esterno non coincide con i confini dei Paesi membri). Del resto, sono proprio i movimenti ad aver fatto emergere la “questione spaziale” come una posta in gioco decisiva della politica contemporanea, con l’occupazione delle piazze, delle strade e dei parchi, da Puerta del Sol a piazza Taksim. Pratiche di lotta da intendere come riappropriazione di luoghi dove sperimentare democrazia. Nello stesso tempo, come si è detto, si tratterà di indagare gli stessi confini disciplinari del diritto. Qui il diritto non potrà che essere colto nella sua dimensione intrinsecamente politica, andando oltre la formula divisoria, tipica della dottrina giuridica liberale, tra Stato e società. Formula che ha permesso la riduzione della politica all’interno dei confini istituzionali dello Stato e l’omologazione dei processi sociali a quelli statali. Cosa accade oggi che lo Stato non detiene più il monopolio di tali processi? Come si riconfigura il ruolo delle costituzioni e del costituzionalismo in tale contesto? La frammentazione del giuridico apre nuove possibilità di emancipazione o al contrario è mero elemento “regressivo”, utile solo all’incessante azione del capitale finanziario? Si tratta di interrogativi a cui dare risposte, seppur parziali, nel corso dei lavori. Se è vero che tutto ciò che abbiamo conosciuto − le istituzioni, i dispositivi rappresentativi, le procedure della legittimazione − attraversa una crisi irreversibile, è vero anche che l’epoca presente non ha ancora trovato le forme politiche adeguate per rispondere a un tale mutamento. La ricerca diviene allora un lavoro di immaginazione politica.
sito I Confini del Diritto
ENG
A path of research in the city of Rome
Today’s educational, cultural and artistic institutions face the challenge of radically rethinking their own physical and disciplinary boundaries. The crisis of the last few years has demonstrated the importance of the production of space. Unlike its depiction on the part of some as smooth and crossed only by flows, global space appears to be segmented, fragmented, continuously reassembled: special economic zones, new enclaves, unprecedented institutional configurations, transnational lines of the production of knowledge. This profound transformation has impacted not only physical space, but also the meaning and function historically attributed to cognitive processes and to the organization of power on a global scale. Space no longer presents itself as a premise, an a priori or a container. On a strictly legal level, it is no longer a representative scheme or a mere field of operation of government regulation. Space takes on a productive function or, more precisely, it is the cause and effect of continuous production activity. Institutions, on all levels, are also impacted by this dynamic. Educational and artistic institutions have extended beyond the boundaries of the campus or the museum for some time now.
In the valorization of knowledge, what counts is not just what is produced, but its extension in space, and the space it creates by producing. Therefore the production of space becomes a decisive stake for research activity and critical theory itself. In other words, space is simultaneously an important object of research and one of its results. Starting with such considerations, different formal and informal institutions in the city of Rome have decided to join forces to give rise to a common path of research. Forming an alliance to produce, in the city, a space of the “between” of institutions, this path of research pursues a critical reassessment of the boundaries of a discipline, law, whilst deconstructing these boundaries which traditionally cordon off institutions and drive them towards a self-referential condition, separating their educational and research activity from the urban fabric, its contradictions and tensions. Investigating the spatial side of law and producing a new space of research, intertwining forms of knowledge and combining different public places, experimenting with different modes of encounter, ranging from the “face-to-face” encounter of two people to the round table. Beyond the public event, great attention goes into moments of in-depth study and the preparation of the various encounters: a workshop on law seen as one way, among others, to redesign the city in which we live.
The Boundaries of the Law. Institutions and antagonisms
The research starts with the aim of returning to the foundations of certain concepts and problematics that cross the conflicts of the present day, starting with the use made by social movements of the language and tools of law.
In recent years we have witnessed an unprecedented combination between the dimension of practices − social, political, artistic – and the juridical sphere. A combination that has produced a dual movement. On the one hand, the practices have attempted to reassign meaning to the legal field, demonstrating its potentially productive side: just consider the many experiences of struggle for the commons and the right to the city, where the ambition has been to imagine institutes and institutions ex novo, beyond the paradigm of property, and to imagine urban space as a place where it is possible to impose a democratic approach to processes of urbanization. On the other, the most aware part of juridical science, faced with these demands, has had to look beyond its disciplinary boundaries, leaving behind the arid perspective of dogmatic formalism.
For this reason, law today, or more precisely the use of law, represents a new, fertile path of research. The use made of law today is perceptibly different from that of several decades ago, not only due to the constituent and non-instrumental character taken on by practices, but also due to the profound transformations that have impacted the legal dimension. Rights can no longer be defined, as they were for about two centuries, through identification with a given institutional form, the State, and with an exclusive juridical form, the Law. The State seems to have lost that dual monopoly, of the production of law and of legitimate force, which made it sovereign. The hierarchy of sources of production of law seems to have been interrupted, broken down, fragmented, in both the upward and downward direction. In its place, we find a true heterarchy. These imposing transformations prompt us to return to certain key concepts of the political and juridical vocabulary of modernity: State, federalism, democracy, citizenship, constitution, government. Key concepts that already position themselves on a border zone, or on the impossibility to distinguish between an inside and an outside, of juridical science. To be grasped in all their intensity, they need a wider gaze capable of moving between political theory and history, urban geography and sociology, political economics and constitutional theory. The use of law, understood thus, can allow us to investigate the practices not just in their horizontal and extensive dimension, but also on the vertical plane, attempting to grasp the connection between production of subjectivity and dynamics of articulation of power.
This is why we set out to explore the boundaries of the law. Here too, the word boundary takes on a dual meaning: physical and disciplinary boundaries. On the one hand, thespatial aspect of law will be a constant theme in the research. Just consider federalism, seen as a specific mode of reorganization of political and juridical space, capable of challenging the inside and the outside of sovereignty. Or citizenship, now subjected to the tension between its intrinsic universalist vocation and the wrinkles introduced by devices of population control (European citizenship, in this sense, is a very appropriate example).
Or consider physical boundaries that gradually lose the character of being “fixed” that connected them to the territory of the Nation-State, and become mobile, modular, flexible (again Europe is a paradigmatic example, where the external limes does not coincide with the borders of the member states). After all, it has precisely been social movements that have brought out the “spatial question” as one of the decisive stakes of contemporary politics, with the occupation of squares, streets and parks, from Puerta del Sol to Taksim Square. Practices of struggle seen as the reclaiming of places in which to enact and experience democracy.
At the same time, as we have said, the work will also focus on the disciplinary boundaries of law. Here, the law can only be understood in its intrinsically political dimension, getting beyond the divisive formula typical of liberal juridical doctrine, between Stateand society. A formula that has permitted the reduction of politics inside the institutional boundaries of the State and the equivalence of social processes with state processes.
What happens now that the State no longer holds the monopoly on such processes? How is the role of constitutions and constitutionalism reconfigured in this context? Does the fragmentation of the juridical open up new possibilities of emancipation or, instead, is it a mere “regressive” element, useful only for the incessant action of financial capital? Questions for which at least partial answers can be formulated during the course of the work. If it is true that all we have known – institutions, representative systems, procedures of legitimation – is going through an irreversible crisis, it is also true that the present epoch has yet to find the suitable political forms to respond to this change. The research therefore becomes an effort of political imagination.
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